Dott. Krampera, a che punto è la ricerca per l’applicazione delle cellule staminali nella terapia delle lesioni del midollo spinale?
L’approccio terapeutico alle malattie neurodegenerative mediante cellule staminali è promettente in linea teorica, in considerazione delle proprietà rigenerative e dell’effetto immunoregolatorio di tali cellule. Molti tipi di cellule staminali (embrionali, neurali, ecc.) sono stati sperimentati in modelli animali preclinici, dimostrandone la capacità di dare origine a nuove cellule del tessuto nervoso e di contribuire al miglioramento istologico, e talora anche clinico, del quadro degenerativo. Tuttavia, ci sono alcune importanti limitazioni al loro utilizzo, quali la difficoltà di prelievo bioptico (le staminali neurali risiedono in zone profonde del sistema nervoso centrale), il rischio di trasformazione neoplastica e le implicazioni etiche per le staminali embrionali. Altre cellule staminali adulte, come le cellule staminali mesenchimali, si sono mostrate capaci di migliorare malattie neurodegenerative in alcuni modelli animali, ma non ci sono ancora evidenze di efficacia nell’uomo.
A che cosa si sta dedicando il suo gruppo di ricerca?
Il nostro gruppo di ricerca ha descritto una nuova popolazione di cellule staminali che si trova in una porzione delle leptomeningi che ricopre tutto il sistema nervoso centrale dei mammiferi. Queste cellule (Leptomeningeal Stem Cells, LeSC) hanno caratteristiche simili, anche se con alcune peculiarità, rispetto alle cellule staminali neurali presenti nella profondità del cervello. Rispetto a queste ultime le LeSC sono ottenibili più facilmente mediante piccole biopsie transcraniche e sono in grado di differenziarsi in neuroni sia in vitro che in vivo una volta inoculate nel cervello dell’animale da esperimento. Ciò potrebbe implicare che il sistema nervoso centrale ha una capacità rigenerativa più estesa di quanto creduto fino ad oggi. Dati preliminari hanno evidenziato che le LeSC sono presenti anche nell’uomo; per questa ragione il nostro gruppo di ricerca veronese, in collaborazione con altri gruppi italiani (prof.ssa Marina Sciancalepore, Università di Trieste) ed internazionali (prof.ssa Michal Schwartz, a Rehovot in Israele e il dr. Javier Rodriguez a Toledo in Spagna), sta studiando il ruolo fisiologico di queste cellule e le potenzialità terapeutiche in patologie traumatiche (ad esempio nella lesione del midollo spinale), ischemiche (ictus cerebrale), infiammatorie (sclerosi multipla) e degenerative (ad esempio nel Morbo di Alzheimer). Dalla caratterizzazione approfondita di queste cellule, che necessariamente durerà alcuni anni, ci si aspettano indicazioni sul loro ruolo fisiologico ed il potenziale utilizzo terapeutico nelle malattie neurodegenerative.
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